La casa comune, responsabilità condivisa

 



Ci sono minacce che insidiano la casa comune. Il rischio non è che ne venga un qualche danno che poi si potrà riparare. Il rischio è quello di essere tutti travolti da un crollo rovinoso che lascerà solo macerie. Il sistema nel suo complesso sembra minacciato di crollo: non intendo fare diagnosi ma, senza pretesa di completezza, solo rilevare i cinque segnali che più mi impressionano…
Primo segnale: una generazione che non vuole diventare adulta per paura del futuro. La crisi demografica è cronica e sembra irrimediabile», sottolinea, mettendo in rilievo la responsabilità educativa degli adulti: «La generazione adulta dovrebbe rendersi conto che con il suo stile di vita e con il tono dei suoi discorsi non trasmette ai giovani buone ragioni per desiderare di diventare adulti, di fare scelte definitive, di formare una famiglia e di avere figli». Questo ha conseguenze sui più giovani, che in parte vivono un profondo disagio: «Accanto a ragazzi e ragazze che si impegnano per mettere a frutto le proprie doti per il bene di tutti, ci sono alcuni che purtroppo trasformano la paura della vita in minaccia e aggressione. Ci sono alcuni, a quanto sembra sempre più numerosi e sempre più giovani, che si isolano, si arrendono, si difendono a loro modo. Per alcuni la difesa è lo sballo, la ricerca di artificiosa eccitazione, di un anestetico per l’angoscia».
Secondo segnale: le città che non vogliono cittadini. Da tempo si sta discutendo di una Milano fatta a misura di chi può permettersela. A partire dall’esorbitante costo delle abitazioni: «Chi cerca casa in città si vede chiudere la porta in faccia. Sembra che la città non voglia cittadini. Si usano le case per fare soldi, invece che per ospitare persone. Forse poi i cittadini rimasti si lamenteranno per la mancanza di operai, di infermieri, di insegnanti, di camerieri, di tranvieri…».
Terzo segnale: un sistema di welfare in declino. Si diffonde infatti la paura di essere malati. Dice Delpini: «Sono in molti a denunciare le crepe preoccupanti del sistema sanitario, dell’organizzazione della sanità, del dovere di assicurare il diritto alla salute». «Certamente non si può tacere il merito di persone e istituzioni sanitarie che assicurano prestazioni di eccellenza», tuttavia «preoccupano le liste di attesa, la dilatazione insopportabile dei tempi, il privilegio accordato a chi ricorre alla sanità privata a pagamento. Sono tutti aspetti inquietanti. Il privato profit fa della salute un affare. Il privato non profit in ambito socio-sanitario si sente spesso ignorato e perfino mortificato. Gli ospedali pubblici e le loro eccellenze rischiano di essere screditati».
Quarto segnale: l’intollerabile situazione delle carceri e la repressione come unica soluzione. È un tema da sempre all’attenzione dell’Arcivescovo. «La Costituzione della Repubblica italiana è tradita per le pessime condizioni dei carcerati e per la formazione e il trattamento del personale della Polizia penitenziaria; per la sempre maggiore recrudescenza delle norme; per la scarsissima accessibilità dei percorsi di reinserimento sociale dei condannati». Forte la denuncia: «Le condizioni di squallore, di degrado e di violenza non facilitano il riconoscimento del male compiuto. Piuttosto suscitano rabbia, risentimento, umiliazioni. Si può prevedere che persone così maltrattate in carcere saranno persone più pericolose fuori dal carcere… hanno imparato a odiare le istituzioni piuttosto che prendersi la responsabilità di essere cittadini onesti».
Quinto segnale: il capitalismo a servizio dell’individualismo e l’indifferenza verso l’altro. Durissima la sua denuncia di un sistema economico indirizzato solo alla logica del profitto, spesso inquinato: «Nella capitale finanziaria – come viene definita Milano – si riconoscono i peccati capitali della finanza, intesa come l’astuzia di far soldi con i soldi. Il capitalismo malato è a servizio dell’individualismo e ignora la funzione sociale e la responsabilità morale della finanza. La città diventa appetibile per chi ha molto denaro da investire. Nel mondo in guerra, nel mondo ingiusto, nel mondo del lusso incontrollato le risorse finanziarie nel sistema creditizio sono impegnate in modo scriteriato per rendere più drammatica l’inequità che arricchisce i ricchi e deruba i poveri».
Se queste sono le minacce, l’Arcivescovo rilancia la necessità di un impegno personale e comunitario di tutte le persone di buona volontà: «Io mi faccio avanti».
«Di fronte alle crepe che minacciano la stabilità della casa comune, si fanno avanti quelli che dichiarano di voler mettere mano all’impresa di aggiustare il mondo; coloro che riconoscono nella fede cristiana un fondamento necessario per la speranza e una motivazione decisiva per l’impegno; coloro che sono animati da una passione per il bene comune e avvertono la vocazione alla solidarietà come fattore irrinunciabile per la loro coscienza; coloro che custodiscono principi di giustizia, pensieri di saggezza, consapevolezza delle proprie responsabilità, e che non sarebbero in pace con sé stessi se si accomodassero nell’indifferenza».
Tratto dal Discorso alla Città e alla Diocesi di Mons. Mario Delpini oggi venerdì 5 dicembre nella basilica di Sant’Ambrogio.
 
 
 

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