Solbiate Olona: il 25 Aprile è giovane" (parte seconda)
Tornato dalla campagna di Russia nel 1943, dove aveva combattuto come alpino, Nuto Revelli, scrive nelle sue memorie:
Questa è l’ultima guerra: via i fascisti e i tedeschi non potranno più esserci guerre.
Il fascismo scomparirà per sempre. Avremo uomini nuovi, selezionati da vent’anni di lotta clandestina. Il fascismo è un problema morto e sepolto per sempre: concordi gli alleati, i responsabili del disastro pagheranno, spariranno i gerarchi e i fascisti corruttori, tutto tornerà pulito da sé.
Come ben sappiamo, le cose non sono andate esattamente così.
Né per quanto riguarda il fascismo, come ci ricordano le sue nuove forme, che sempre più prendono spazio nella nostra democrazia.
Né per quanto riguarda le guerre, come ci ricorda, ogni giorno, l’attualità: guerre e massacri di civili, dall’Ucraina a Gaza, sono letteralmente all’ordine del giorno, e sembrano avvicinarsi sempre di più, tanto da portarci a chiederci quanto le bombe debbano scoppiare lontane da noi per sentirci ancora al sicuro, per non sentirci in guerra.
Circa trent’anni dopo, nel 1975, Nuto Revelli realizza che le sue speranze sono vane. Il fascismo, i fascisti, la guerra non sono spariti. E allora Revelli si chiede come far rivivere i valori della Resistenza nei giovani di allora. E a quel punto, rivolgendosi a loro, gli passa metaforicamente il testimone dicendogli: “La Resistenza è giovane, la Resistenza è vostra”.
In quegli anni si interroga anche Primo Levi, partigiano, sopravvissuto ad Auschwitz e grandissimo intellettuale del Novecento. Secondo Levi, se vogliamo far sentire parte i nostri figli di questa storia è necessario «parlare loro un po’ meno di gloria e di vittoria, di eroismo e di sacro suolo; e un po’ più di quella vita dura, rischiosa e ingrata, del logorio quotidiano, dei giorni di speranza e di disperazione, di quei nostri compagni morti accettando in silenzio il loro dovere. […] Solo così i giovani potranno sentire la storia più recente come un tessuto di eventi umani, e non come un “pensum” da addizionare ai molti altri dei programmi ministeriali».
Con questi pensieri, come ANPI, abbiamo cercato di coinvolgere le terze medie della scuola Moro in un progetto che potesse farci conoscere i solbiatesi che hanno fatto la Resistenza, concentrandoci sui caduti.
Stiamo parlando dei partigiani Stefano Ghioldi, Luigi Giudici, Pietro Moroni e Antonio Turconi. Oltre che dell’internato militare Pietro Girola. Le loro storie sono storie di enorme coraggio, di immensa libertà, e che però non entrano, non vengono citate nella Storia con la S maiuscola.
Pietro Girola, nato a Solbiate nel 1914, l’8 settembre si rifiuta di arruolarsi con i repubblichini e per questo viene deportato a Dachau, dove muore nell’aprile 1944. Aveva 40 anni.
Pietro Moroni, nato a Solbiate nel 1906, deportato a Buchenwald, dove muore nel marzo 1945, a pochi giorni dalla liberazione del campo. Aveva 39 anni.
Stefano Ghioldi, nato a Solbiate nel 1919, ucciso dai fascisti nei pressi di Novara nel novembre 1944. Aveva 25 anni.
Antonio Turconi, nato nel 1921 a Solbiate e morto nell’aprile 1945. Aveva 24 anni.
Luigi Giudici, nato a Solbiate nel 1926 e ucciso in Val Grande nel giugno 1944. Era il più giovane. Aveva appena compiuto 18 anni.
Le loro storie arrivano a
noi tramite documenti, fotografie, memorie orali e scritte, ricostruzioni più
recenti. Penso in particolare all’ultradecennale lavoro di Aldo Tronconi,
col “suo” museo socio-storico e al prezioso lavoro svolto
da Ivan
Vaghi sulla
storia della Resistenza. Per la memoria giunta fino
a noi, infine, non possiamo che ringraziare e ricordare Angelo Colombo.
Sono passati 80 anni da allora e tenere viva la memoria di quei fatti diventa e diventerà sempre più difficoltoso, a causa – certamente - dell’incedere del tempo e – soprattutto – per la progressiva scomparsa dei testimoni di quell’epoca. Si tratta della fine della cosiddetta “epoca del testimone”, un momento di passaggio estremamente delicato, in cui il revisionismo storico tende inevitabilmente a infilarsi.
Per colmare la distanza temporale, però, può venirci in aiuto la prossimità dei luoghi.
Sapere che quei fatti, tanto violenti, sono successi qui, proprio qui – pensato al Centro Socio-culturale dove ci troviamo ora, già casa del fascio e poi caserma garibaldina -, nei luoghi in cui viviamo e dove siamo cresciuti ci può aiutare a sentire ancora vicine quelle storie. E quindi a collocarle in una storia più ampia e a sentirci parte di quella storia.
La storia locale, insomma, è uno strumento potentissimo per esercitare la memoria.
Da ultimo, voglio ringraziare le professoresse Sganga e Mazzola per averci supportato in questo lavoro e le studentesse e gli studenti che con tanto impegno e tanta passione hanno voluto partecipare.
Viva la Repubblica, viva il 25 aprile e viva la Resistenza!
Stefano Catone
Capogruppo Più Solbiate
Comune di Solbiate Olona



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